e alla fine ti presenti dentro agli occhi, e il cuore non si muove.
quando si alza il vento, le foglie vorrebbero sempre trovarsi altrove
il tempo si spezzava
in mille piccoli istanti
che duravano ore.
avrei dovuto interrogarti sul posto…
vorresti amarmi, perfavore?
e invece, finisce che il passato
me lo porto addosso travestito da melodie,
come anatemi e ferite esposte
di una religione di chincaglierie.
…lucida splenda la luna
lustro e lusso del fondo del ciel
vegli sul capo di chi si riposa
e possa ridare sorrisi a chi ha pianto,
ridare sorrisi anche a me…
può fare differenza come vedo io le cose e come le vedi tu? può una cosa sembrare diversa a tal punto da diventare davvero diversa?
ma allora di cosa parliamo?
ma allora perché parliamo?
se il mio mondo può essere così scollegato dal tuo, tutto il senso delle mie cose importanti può anche finire sotto i tuoi piedi.
e non è che mi aiuti troppo, sapere che tu pensi che non erano i piedi.
verrete condannati a pene ardue da capire
le sconterete in vita, molto prima di morire
per quanto voi facciate non potrete mai sfuggire
voi siete gli sfigati…. e ve lo lascerete dire
parlo e dico cose
guardo e vedo cose
dove andrà il giorno, non riesco a pensarlo
quando anche lui cede alla sua notte
troppe cose
troppe cose
tutte, quando ce le hanno prese
torniamo a casa, alla fine, ma senza le nostre cose
parla, parla con me adesso
fino a quando non sarà più ora
io non conosco tutte le cose
e nemmeno le vite degli altri
siamo un disegno incompleto
troppe cose
troppe cose
tutte, quando ce le hanno prese
torniamo a casa, alla fine, ma senza le nostre cose
troppe cose
davvero troppe cose
cresciute dentro più che fuori
cresciute dentro e non fuori
cadranno adesso senza di me
io non sarò più qui a prenderle
resterò qui
avrei voluto avere un po’ più tempo
per levigare con i monti il vento
o farci credere anche te…
siederò qui
piantare un palo grande come un pegno
per dimostrare che ne sono degno
o farci credere anche te…
sono stato buono ad ascoltare un mare di cemento
silente immobilità d’ attesa ho combattuto per respirare
aria vuota che dentro me è un miracolo che so spiegare
è l’ incondizionato amore
che concedi per poterlo poi rivendicare
se questa vita è qualche cosa di più
di questo gran bel niente
dammi una mano a capire cosa sono io
e il posto nel mondo che ho
se questa vita è qualche cosa di più
di questo gran bel niente
portami a casa, e casa non è dove vivo
e’ il posto nel mondo che ho
tienimi qui
nelle le prigioni del non-lamento
tra i desideri cui poi mi pento
fatica inutile
vivo così
io che non sono mai quello che ostento
io disertore da combattimento
io come polvere, invisibile
sono stato uomo a ragionare coi mulini a vento
mendico di gloria all’ impresa poi non ho saputo rinunciare
ora il senso lieve delle cose è un giocattolo da non toccare
e’ l’ incondizionato amore
che concedo per poterlo poi rivendicare
se questa vita è qualche cosa di più
di questo gran bel niente
dammi una mano a capire cosa sono io
e il posto nel mondo che ho
se questa vita è qualche cosa di più
di questo gran bel niente
portami a casa, e casa non è dove vivo
e’ il posto nel mondo che il mondo nasconde
ominidi quadrati
di similitudini infestati
rasentano l’ amore
convinti che del tempo
sia l’ impiego migliore
ma è proprio questo amore
e’ questo genere di amore
che non uccide però ci duole
e ci rende liberi in catene
liberi, e forse non conviene
quanti giorni ci passano sotto le mani. quanti giorni ci scappano, da sotto le mani. quanti, invece, ne abbiamo passati a contare i giorni in cui avremmo voluto essere altrove. e la somma non è soltanto un numero, ma è una vita.
lavorare chiusi in ufficio è innaturale. li chiamano open space, ma di open hanno solo il nome; certo, se li avessero chiamati closed space, non ci sarebbe voluto stare più nessuno, dentro.
e del resto, anche il diavolo ha un nome innocuo.
poi, ad un tratto, ti accorgi che i grattacieli che quotidianamente ospitano le nostre indaffarate operosità stanno a guardare le miserie, travestite gloriosamente da virtù, che ci portiamo addosso.
lavorare in ufficio è innaturale, ma è il prezzo del progresso e della civiltà acquisita al mercato delle necessità.
o almeno, così ci sembra.
ho visto grattacieli salutare
il buongiorno nella cattività
di fiere e veloci figure mortali
che scodinzolando vagano di qua e di là
mi sembra ieri, che ho fatto un lungo viaggio
invece un anno è già passato e sono qui
appeso al tram qui davanti alla stazione
fra poco arriverò in ufficio,
un minuto e sarò lì
cinque giorni a settimana,
cinque giorni basterebbero così
legato stretto a una poltrona che mi ama
il posto fisso è un lusso, anche di lunedì
così si fa, così tanto per fare
mi piace lamentarmi della macchinetta e del caffè
che non è buono mai e non può migliorare
ma può servire ad apprezzar
la vita al di fuori, laggiù in strada
il soffitto basso è più confidenziale
scambiando quattro chiacchiere
al lume di neon giallo da openspace
geniali soluzioni di fior fior di pensatori
favoriscono il metabolismo delle illusioni
cinque giorni a settimana,
cinque giorni basterebbero anche a me
legato stretto a una poltrona che mi chiama
ormai per nome…
la luce del giorno rifugge con orrore
questi luoghi senza gloria e senza dio,
che si offendono da sé
lasciando intendere che tutto fuori si muove
ma poi non troppo, meglio non pensarci e restare uniti
cinque giorni a settimana,
e vedo i colleghi più di quanto veda te
che sei l’ amore mio, mia bella fidanzata
e stai lontana tutto il giorno
ma mi aspetti con candore
e quando sento il profumo della sera
che giunge sottovento quando sono belle e fatte ormai le sei
non temere, bella mia, ritorno a casa
e se ritorni pure tu, quando ritorni staremo insieme
cinque giorni a settimana,
giusto il tempo di dormirsi addosso e poi
lasciar la casa alle intemperie della vita
per ritornare ognuno a farsi i fatti suoi,
per ritornare ognuno a farsi i fatti suoi.
come non mentire a se stessi,
giurandosi che non sarà per sempre così?
e misurare giorni, ore e minuti alla pensione
ché una volta è per sempre, ma ogni giorno qui si muore!
come sopravvivere a se stessi,
giurandosi che non sarà per sempre così?
e misurare giorni, ore e minuti e quanto manca a ‘sta pensione
ché una volta è per sempre, ma ogni giorno qui si muore!
cinque giorni a settimana,
cinque giorni basterebbero anche a te
che fai fatica a ricordare
d’ esser l’ unico esemplare di te stesso
qui davanti al tuo caffè.
tutto quello che succede ha un senso, dicono.
capire dove, come, mentre, si, no, forse … un tempo per sbagliare e un tempo per centrare il bersaglio. io non lo so come devono andare le cose, so soltanto che vanno così, di nuovo. e so anche che non avrò il tempo di ricordarmi di me, se sarò troppo impegnato a dimenticarmi di te…
un cuore d’ acciaio è quello che ci vuole, sia per me che per te: per me, per sopportare tutti i colpi di questa vita, e tu ne sei un pezzo, di questa vita.
a te servirebbe per essere un po’ meno fredda del ghiaccio.
se semino freddo, gelo poi raccoglierò
corro forte per lasciarlo indietro ma lo rincontrerò
me la cavo a far da me anche in questa situazione
ma il dolore sa di casa dove sto e si farà sentire…
io lo sento già arrivare
non fa bene e non fa male
mi dà solo da pensare
pensare ancora a te
ma un cuore d’ acciaio è quello che ci vuole
e a che serve l’ armatura di un robot
se poi mi puoi ferire
non è vero che si vive per morire… è la mia verità
la mia dolce verità è un po’ più sottile
mi reinventerò
mi presenterò a me stesso, e sarà un piacere
ma mi pento amaramente di essere riuscito ad intravedere
un po’ della tua vita
che tu fossi un poco sciocca e anche sbiadita
l’ ho capito io, l’ avran capito tutti quanti
tutti qui con me
ma un cuore d’ acciaio è quello che ci vuole
e a che serve l’ armatura di un robot
se poi mi puoi ferire
un cuore d’ acciaio per me è quello che ci vuole
e a che serve l’ armatura non lo so
ma se vuoi mi puoi finire
quasi invincibile
ma con un cuore umano
quasi irraggiungibile
ma non andrò lontano
sogni d’ acciaio e ruggine
guerra tra uomini e dei
continuerò a distruggere
ma solo ciò che non vorrei …
ma avrei imparato a sognare più forte, a sconfiggere la morte, per te…
altro che… piove a dirotto. dell’ estate ormai, è rimasto solo il nome. spoglia di tutto il resto, solo il nome. ci vorrebbero una protesi stagionale oppure un caronte affettuoso ad accompagnarci in silenzio verso un futuro di foglie secche di freddo e pioggia, humus cittadino insieme a merda da marciapiede. invece novembre piove giù all’improvviso, pugnalando alla schiena ciò che resta di questi affannosi rimasugli di bella stagione.
meno male che noi, capitani poco coraggiosi, siamo bravi a lasciare la nave prima che sia troppo tardi: ce l’eravamo già detto qualche giorno fa, qualche giorno prima della fine delle ferie, che l’ estate stava finendo.